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Sito a cura dei Dottori Umberto Molini e Alessandro Fedi hanno collaborato i Dottori Marco Rossi e Enzo Rossi |
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Che cos’è l’ implantologia dentale?
L’implantologia dentale consiste nell’inserimento nell’osso mascellare
o mandibolare (privo del dente naturale) di pilastri che, una volta integrati
nell’osso stesso, potranno supportare un dente artificiale idoneo a svolgere
la sua funzione.
Come è fatto un impianto dentale?
I pilastri in titanio sono oggi per lo più cilindrici, di varia
lunghezza e diametro per potersi adattare alle diverse configurazioni
del segmento d’osso disponibile al loro inserimento. Sono costruiti in
titanio, metallo di larghissimo uso in chirurgia per la sua neutralità
biologica che ne assicura l’accettazione dell’ organismo. La loro
superficie è trattata in modo da esaltare la possibilità di OSTEOINTEGRAZIONE (ovvero dell’incorporamento totale nella
compagine ossea) che in ricerca è stata ben studiata ed accertata
grazie alla microscopia elettronica: il RIGETTO in implantologia
dentale NON ESISTE, non essendoci alcuna possibilità di reazione immunologica sfavorevole come succede nei trapianti eterologhi
(da donatori).
Gli impianti dentali hanno superato negli ultimi anni anche
la prova clinica con dei controlli longitudinali sui pazienti
sottopostivi che ne hanno assicurato l’affidabilità. Essi devono
essere prodotti e confezionati a norma di legge europea e vengono
pertanto accompagnati da un certificato che può essere visionato
e conservato dal paziente a sua garanzia. L’implantologia dei
dentisti pionieri, che spesso disegnavano e facevano fabbricare
in proprio impianti dalle fogge più disparate e con metalli
variamente trattati, è definitivamente tramontata e con essa quella
larga parte d’insuccessi che influenza ancora negativamente taluni pazienti.
I migliori impianti moderni sono accessoriati con un ricco corredo
di connettori al dente artificiale che sorreggeranno, in modo da
assicurare oltre che una detergibilità perfetta anche un’estetica
ottimale rispetto al contorno gengivale sottostante. Quest’ultimo
fattore è determinante per un buon esito dell’intervento nelle zone
scoperte dal sorriso.
A seconda delle situazioni e del modello di impianto l’intervento
chirurgico vero e proprio può essere effettuato in un solo tempo
(lasciando alla fine dell’inserimento endosseo dell’impianto una
piccola porzione dello stesso, che poi servirà di connessione
al dente, al di fuori della gengiva) o in due tempi, essendo
il secondo tempo molto più semplice e breve del primo (una
piccola incisione gengivale utilizzata per esporre nel cavo
orale la parte più esterna dell’impianto al fine di connetterla
ad un dente di porcellana o vetropolimero). Quindi si parla nel
primo caso di immersione parziale e nel secondo di immersione totale ,
sottintendendo che ci si riferisce al tessuto gengivale perché è ovvio che
l’immersione endossea c’è sempre e comunque.
Dopo l’intervento chirurgico occorre aspettare un tempo variabile e
comunque non superiore a quattro mesi per poter procedere alla
protesizzazione ovvero al CARICO IMPLANTARE con un dente artificiale
in metalloceramica, in resina oppure in vetropolimero, tutti materiali di elevato valore estetico. La connessione
può avvenire in
varie modalità, a seconda del tipo d’impianto, delle necessità del
paziente e delle abitudini del protesista e consiste per lo più in
avvitamento o cementazione .
Può fallire un dente impiantato?
Dopo quanto suddetto bisogna chiarire i principali motivi per cui un intervento
di implantologia è fallibile o addirittura controindicato.
1) Non devono sottoporsi a implantologia pazienti che non siano stati educati con successo ad un elevato tenore di igiene orale domiciliare, né parimenti che non acconsentano ad un controllo professionale cadenzato (attuato dall’ igienista dentale diplomata) della loro igiene.
Questo perché la resistenza all’infezione causata dalla placca batterica di un’unità implantoprotesica è molto minore che per un dente naturale essendo diverso il loro relativo apparato di sostegno. La radice di un dente naturale è infatti connessa con l’osso attraverso la mediazione del LIGAMENTO PARODONTALE, assente invece lungo il cilindro di titanio che per l’appunto si osteointegra cioè si raccorda direttamente all’osso. L’osso di sostegno dentale e implantare è particolarmente vulnerabile alle infezioni ma, nel caso degli impianti, viene difeso solo dal manicotto gengivale per la mancanza del legamento parodontale costituito da un resistente tessuto connettivale. Sempre per lo stesso motivo la placca batterica, una volta passata la porta gengivale si propaga rapidamente lungo l’impianto diffondendo l’infezione all’osso
più profondo. La biologia della resistenza all’infezione è quindi in linea di principio
più sfavorevole, anche se alcune ricerche hanno suggerito che i germi in causa siano diversi per denti e per impianti e che non ci sia correlazione per esempio tra pregressa PIORREA e rischio implantologico. In attesa che la ricerca,molto attiva in questo campo, ci dia risultati
più definitivi e sicuri, è lo stesso buon senso comune ad imporre il massimo rispetto igienico di un implantoprotesi.
La perdita dei denti naturali è sempre stato
un evento invalidante, sia per la funzione che per l’estetica della bocca;
il ripristino prima dell'avvento dell'implantologia dentale era reso
possibile solo per mezzo protesi fissate ai denti contigui a
quelli mancanti: un intervento demolitivo che ne prevedeva la limatura
per accogliere le corone che avrebbero sorretto il dente mancante.
Quando numero e qualità dei denti naturali
non era favorevole alla costruzione di protesi fisse, la sostituzione dei
denti mancanti prevedeva, invece, l'applicazione di protesi mobili
parziali o totali.
Con l'avvento dell'implantologia non
è stato più necessario coinvolgere denti integri per sostituire denti
mancanti, né applicare dentiere o comunque manufatti mobili. L’impianto
dentale in qualità di radice artificiale inserita stabilmente nell’osso
riesce a sostenere validamente una capsula singola o un ponte, oppure può
fare da eccellente ancoraggio ad una dentiera instabile o mal tollerata
dal paziente.
L’impianto dentale inoltre riproduce quello
stimolo funzionale tipico della radice naturale sull’osso, che gli
permette di mantenere nel tempo forma e anatomia, evitando perciò il
processo di riassorbimento che consegue alla perdita dei denti e che è
ancora più marcato sotto la pressione delle dentiere.
I vantaggi dell’implantologia dentale
sono quindi:
1) Sostituzione del dente o dei denti
mancanti in modo funzionale, estetico, duraturo nel
tempo e predicibile nel successo.
2) Conservazione dell’integrità dei denti
naturali vicini ai denti mancanti che non vengono coinvolti nella protesi.
3)Ricostruzione e conservazione
dell’anatomia di osso e gengive delle arree edentule.
Fin dall'antichità si è cercato di sostituire gli elementi dentari
mancanti mediante l’inserimento nell’osso di radici artificiali che
consentissero il sostegno di un dente. L’implantologia meno recente ha
utilizzato impianti di forme varie con lo scopo di assicurare sempre
maggiore stabilità nelle diverse zone delle ossa mascellari prive di
denti: viti, lame, aghi, dischi, griglie, cilindri e costituiti da
materiali diversi, secondo quelle che erano le conoscenze del tempo. Oggi,
la moderna implantologia, sostenuta da una rigorosa ricerca scientifica,
ha dimostrato che la forma più idonea per un impianto è quella che simula
la radice di un dente naturale, che presenta delle spire tipo vite sulla
sua superficie, per assicurare quella stabilità primaria di tipo meccanico
essenziale all’integrazione dell’impianto nell’osso.
La ricerca scientifica ha dedicato la sua attenzione non solo al
miglioramento della forma degli impianti, ma anche, ed in particolare, ai
materiali costituenti e alla superficie che va a contatto con l’osso.
L’impianto a vite con forma radicolare può essere di varia lunghezza e
diverso diametro per poter utilizzare la maggior quantità di osso
disponibile.
Il materiale per implantologia oggi utilizzato e accettato dalla comunità
scientifica internazionale è il titanio, un biomateriale.
I biomateriali utilizzati in campo medico che interagiscono con il sistema
biologico (osseo) sono classificati come biotollerati, bioinerti,
bioattivi.
Biotollerati: presentano tessuto fibroso tra impianto e osso
Bioinerti: presentano contatto diretto osso-impianto (es. titanio)
Bioattivi: presentano connessione chimico-fisica tra osso e
impianto
Per l’utilizzazione di un biomateriale in implantologia sono necessarie
due condizioni: la biocompatibilità e le caratteristiche meccaniche
Il titanio offre sia una buona biocompatibilità, in quanto bioinerte sia
un’ottima resistenza al carico e alla corrosione.
Negli anni 70-80 gli studi scientifici ci hanno fatto comprendere la
relazione intima tra osso e impianto ed è stato coniato il termine
osteointegrazione, che sta a significare quel contatto diretto tra
osso ricevente e il titanio.
La superficie dell’impianto è stato oggetto di studio negli anni ’90 e i
ricercatori hanno cercato di dare una risposta alle esigenze di una
migliore integrazione tra vari tessuti ossei e superfici implantari.
Il risultato è stato quello che gli impianti di titanio con la superficie
ruvida, particolarmente trattata e preparata, rispondevano con maggiore
successo rispetto a quelli in titanio con superficie liscia, specialmente
nell’osso più “tenero” o di qualità inferiore.
Tutte queste conoscenze ci consentono di poter affermare che gli impianti
dentali possono essere applicati in assenza di “rigetto”, in quanto non
esiste reazione immunologica avversa, e con grande predicibilità, con
successi chirurgici vicini al 100% grazie alle nuove superfici trattate.
La moderna implantologia, con l’ausilio di materiali e superfici che
riescono ad integrarsi con l’osso anche nelle condizioni meno
vantaggiose, permette di risolvere quasi ogni caso di edentulia (mancanza
di denti) sia parziale che totale. Tutti, praticamente sono soggetti che
possono ricevere impianti.
Esistono però delle controindicazioni, ovvero condizioni in cui viene
sconsigliata l’implantologia, e queste possono essere assolute o relative,
di carattere generale o locale, oppure temporanee o permanenti.
La storia clinica, attraverso un questionario sulla salute attuale e
remota, darà al medico, o chirurgo implantologo, tutte quelle informazioni
per poter indicare o sconsigliare l’implantologia.
Devono essere esclusi, temporaneamente, tra i candidati all’implantologia
tutti quei pazienti che non hanno una corretta igiene orale, fino a quando
non ci sia un effettivo controllo della placca batterica.
Devono essere temporaneamente escluse le donne in gravidanza.
Devono essere esclusi i pazienti che hanno subito trattamenti radianti nel
distretto facciale, quelli con diabete giovanile, quelli in corso di
trattamento con farmaci immunosoppressori e anticoagulanti.
I pazienti con malattie cardiovascolari e portatori di protesi valvolari
devono essere valutati dal cardiologo per il consenso all’implantologia.
Ai soggetti forti fumatori viene sconsigliata la chirurgia impiantare.
L’osteoporosi è una controindicazione relativa al trattamento
d'implantologia, considerata la povera mineralizzazione ossea, e quindi la
qualità, che viene valutata da caso a caso.
L’età, non è un limite di per sé, se non per gravi malattie sistemiche in
atto.
Il bambino e l’adolescente, che hanno perduto i propri denti per cause
traumatiche o per la loro mancanza fin dalla nascita (agenesia dentale)
hanno invece una controindicazione assoluta fino a quando non sia
terminata la crescita ossea, che non coincide né con quella anagrafica
(18.21) né con quella staturale.
La fine della crescita dovrà essere attentamente valutata con specifici
esami per poter stabilire la possibilità di ricevere impianti, poiché se
si intervenisse precocemente rischieremmo di trovarci con ossa e denti che
continuano a crescere e l’impianto, con il dente costruito sopra di esso,
che rimane fermo nella sede dove era stato inserito.
Come si inserisce un impianto?
L’impianto è una radice artificiale che sostituisce la radice del dente
naturale andata perduta.
Intervento in due fasi per favorire l'osteointegrazione
Quanto dura un impianto?
Possiamo definire un successo impiantare quando l’impianto è perfettamente
integrato nell’osso e la protesi viene correttamente costruita e rimane
stabile e funzionante nel tempo.
Questo risultato però deve essere
mantenuto con un’ottima igiene per evitare che i batteri della placca
vadano a depositarsi intorno all’impianto e determinino sofferenza e
perdita dell’osso di sostegno, come del resto succede ai denti naturali. I
controlli devono essere periodici nel tempo e valutati dal medico poiché
l’impianto, a differenza dei nostri denti, non fa male e quindi i sintomi
di eventuali infezioni ed infiammazioni possono passare inosservati e non
essere avvertiti dal paziente se non quando diventano importanti. Il
controllo quindi serve a preservare e ad allungare la vita di un impianto
come quella di un dente naturale
Quali sono le basi del successo in
implantologia?
L’implantologia moderna è ampiamente prevedibile; possiamo affermare che
siamo in grado di raggiungere il successo nel 96-97% dei casi.
E’ importante però rispettare alcuni principi.
Diagnosi: effettuare una visita
accurata valutando lo stato di salute
generale e le condizioni locali.
Valutazione ossea locale: verificare se la qualità e la quantità
dell'osso è sufficiente per l’inserimento di impianti.
Valutazione generale della bocca: indagare se ci sono patologie o
malattie in corso o se l’igiene è buona.
Valutazione radiologica: analizzare le radiografie per accertarsi
della reale qualità e quantità ossea e delle eventuali limitazioni
anatomiche o patologie presenti.
Chirurgia: operare in sterilità (operatori, paziente, strumentario,
ambiente).
Chirurgia: effettuare una chirurgia con minima invasività rispetto
all’intervento da eseguire e con rispetto dei protocolli consolidati.
Materiali: utilizzare impianti che rispondano agli standard di
qualità, sicurezza e garanzia.
Controlli: richiedere ed effettuare richiami periodici di
controllo.
Protesi: applicare una protesi su impianti che soddisfi i criteri
di occlusione, funzione, estetica e di carico.
Quali sono le cause di insuccesso degli
impianti?
Le cause del fallimento sono poche nella moderna implantologia, sempreché
l’operatore sia esperto e i materiali idonei, ma ci sono delle condizioni
che possono determinare la mancata integrazione dell’impianto all’osso.
Le condizioni di rischio sono determinate da fattori anatomici, come ad
esempio poco osso che comporta la mancanza di stabilità primaria, o
dall'utilizzo di impianti troppo corti. Oppure sono legate a pazienti con
osso di scarsa qualità (osteoporosi), o a protesi o denti mal
costruiti o incongrui,
o ancora alla mancanza d'igiene adeguata del sito implantare da
parte del paziente, fattore che nel
tempo può compromettere la tenuta dell’impianto.
Il successo impiantare è quindi strettamente correlato alla conoscenza
della materia ed implica perizia da parte dell'implantologo nel campo biologico, chirurgico, protesico.
Lo staff clinico deve essere organizzato in modo da assicurare al
paziente:
sterilità e preparazione della sala operatoria, assistenza, efficienza
chirurgica, richiami di controllo programmati; per questo gli insuccessi
possono derivare anche da insufficiente organizzazione.
Le cause di insuccesso in implantologia dentale, quando si risponde agli standard di qualità, sono
rare e quantificabili secondo la letteratura internazionale a circa 3-4%. |
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